Vivacità, Testimoni, Memoria
Un bel mosaico». Cosi definisce la realtà dell’Emilia-Romagna il segretario regionale dell’Ufficio per la Cooperazione missionaria tra le Chiese. Don Mirko Santandrea, classe 1975, descrive una regione «con una grande vivacità missionaria, che si concretizza in storie di gemellaggi, specialmente per le diocesi più grandi». A ciò si aggiungono «una diffusa missionarietà laicale, gli Istituti religiosi e diverse realtà ecclesiali (Case della Carità, Associazione Papa Giovanni XXIII, OMG, Comunità di Villaregia)». 
Un mosaico variopinto, l’Emilia-Romagna, la cui bellezza non sta solo nei colori ma nella posizione delle tessere, che occupano posti meno consueti. «Diversi direttori dei Centri missionari diocesani sono laici, alcuni diaconi, alcune religiose», sottolinea don Mirko, e le sfumature sono evidenti.
C’è poi «una bella fraternità nella Commissione, con una buona partecipazione non solo dei direttori, ma anche di alcuni membri dell’équipe». Lo conferma monsignor Livio Corazza, vescovo delegato, che considera i Centri missionari punti di riferimento importanti per la pastorale ordinaria, dove «si respira uno spirito fraterno e autentico», oltre che «la passione per l’animazione missionaria nelle diocesi e con diocesi sorelle sparse per il mondo». Tra i temi dei quattro incontri annuali, «i cammini formativi per i giovani in partenza e in rientro dalle esperienze brevi, la mappatura di realtà missionarie, la spiritualità della missione, la sinodalità fra diocesi e i servizi pastorali». Su questi aspetti, «monsignor Corazza ci incoraggia e ci stimola», dice don Mirko, consapevole che «la sinodalità richiede audacia, pazienza e una robusta spiritualità».
Anche il cardinale di Bologna, monsignor. Matteo Zuppi, «ci chiede di fare la nostra parte, tra fermento e fatiche strutturali»: da qui una Commissione che non dimentica mai di pregare, in più luoghi della regione, e che non cammina da sola. «Per anni abbiamo investito sulla formazione e sulla sinergia con gli altri
servizi pastorali», spiega il sacerdote, con un elenco di attività e Giornate regionali che testimonia la collaborazione con Caritas, Migrantes, Pastorale giovanile e vocazionale.
«Partecipano attivamente anche i Centri missionari dei Cappuccini e la referente dell’Associazione Papa Giovanni XXIII, c’è relazione con i Saveriani di Parma e con il Seminario Regionale Flaminio di Bologna», aggiunge don Mirko, vicerettore per sette anni.
L’Emilia-Romagna è ricca di belle storie, di cui i giovani sono protagonisti: «A Parma è presente Missio Giovani, ma l’animazione missionaria giovanile c’è anche in molte diocesi». Per esempio, a Modena, che offre un cammino post missione, è cresciuto il Missio photo contest nato a Reggio. La diocesi di Rimini, da 39 anni, finanzia i progetti con una raccolta di materiali nei campi di lavoro, coinvolgendo duemila volontari.
La Chiesa bolognese è presente a Iringa, in Tanzania, dal 1974. E, sulla stessa scia, Cesena, Fidenza, Imola, Piacenza, Ravenna, Reggio Emilia, ecc. sono attive nei vari continenti. Laddove non c’è un gemellaggio, c’è una collaborazione.
Dal report del 2019 risultano 67 fidei Bonum (33 sacerdoti diocesani e 34 laici) e 80 presenze in Congregazioni o Istituti missionari, oltre a gruppi, movimenti, famiglie.
Ma la missione sconfina dalle statistiche e si tocca con mano. Non è neppure relegata tra quattro mura, tant’è che don Mirko, che ha fatto «dell’itineranza e della prossimità alle diocesi uno stile»; risponde che il suo ufficio è la sua macchina.
Per lui, ordinato prete a 25 anni nel 2000, il sacerdozio «è stato una grazia», con una vocazione nata grazie a padre Daniele Radiali, obiettore di coscienza nella sua parrocchia e poi fidei donum, ucciso nel 1997 in Perù.
«Sono, infatti, i missionari martiri la prima cosa che ho presente quando penso ai punti di forza di questa regione», dice don Mirko. «Leonella Sgorbati di Piacenza, beatificata nel 2018, Luisa Guidotti di Modena, serva di Dio, padre Leo Commissari di Imola, Annalena Tonelli di Folli». Di padre Badiali, sta seguendo lui stesso la causa di beatificazione. «Apparentemente – conclude -queste persone hanno vissuto la sconfitta, ma producono molto frutto». E l’Emilia-Romagna potrà «crescere nella condivisione e nella progettualità proprio a partire dalle radici irrorate dal sangue dei martiri, oltre che per la creatività dei giovani e delle famiglie».
di Loredana Brigante
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