Non spegnere la Gioia – Intervento di Don Verdi

Non spegnere la gioia

“Abbiamo fatto del nostro meglio…” scriveva Montale.
Quanto è difficile oggi vivere la speranza e la gioia. Hanno detto a quelli della Flotilla: irresponsabili. Ma responsabilità significa rispondere, non essere indifferenti, agire.

Hannah Arendt, nella Banalità del male, ricordava: “La triste verità è che molto del male viene compiuto da persone che non si decidono mai ad essere buone o cattive”.
La scelta allora è non rinunciare a custodire la nostra umanità, i nostri simili, la terra che ci nutre. “Quand’ero con loro, li ho custoditi.”

Il vero custode si sente responsabile, sapendo che siamo noi a fare il mondo e le relazioni. Martin Luther King diceva: “Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non fate nulla per cambiarla”.

“Il lupo dormirà con l’agnello e il bimbo giocherà sulla tana delle vipere”, scrive Isaia. Martire significa testimone: testimoniano che il lupo può sdraiarsi vicino all’agnello, che il mondo può essere migliore e che tutto dipende da noi.

Disperare è non vedere una possibilità. Sperare è non vedere una possibilità, ma continuare a camminare.
Bonhoeffer, pochi giorni prima di morire, scriveva: “Chi spera non lascia mai il futuro agli avversari, ma lo rivendica per sé”. La speranza è la forza di non consegnare il futuro alla rassegnazione.

Annalena aveva una fiducia che nasceva dal cuore. Chi ha questa fiducia trema, ma fa un passo. In lei riscopriamo il vero volto di Gesù, il sapore delle sue parole semplici, quelle che raggiungono il cuore e fanno brillare gli occhi.

Oggi ci sono segni poveri e piccoli che permettono di sperare. Vengono da uomini e donne che, come Annalena, non mirano a distruggere i nemici o a punirli, ma a riportarli in vita.
Cristianesimo è portare avanti la vita.

“Nascere non basta. È per rinascere che siamo nati”, scrive Neruda.

Charles de Foucauld infiammò la vita di Annalena, che partì decisa a “gridare il Vangelo con la mia vita”. “Umile, disarmato e nudo davanti alla vita come Lui.” Una tenda aperta e nuda davanti al mondo.
Un missionario è un mendicante. Non vuole conquistare o convertire, ma si sente uno di loro, impara la loro lingua: “Hanno cominciato a chiamarmi fratello”.

Uomini e donne di pace, di carità, di misericordia, di preghiera, martiri: sono persone innamorate dei gesti di Gesù, e vogliono provare a vivere come Lui. Testimoni di una fede nuda.
Credono al Dio dell’impossibile. Come Gesù, non hanno paura di andare fino in fondo.

Oggi non servono grandi profeti, ma piccoli profeti che vivano, senza chiasso e senza integralismi, la radicalità del Vangelo nella vita quotidiana.
“Santo” significa “strettoia verso la luce”. I santi hanno l’audacia di sognare e sono disposti a pagarne il prezzo. Non separano, credono al Dio di tutti. Diventano sfida, speranza, futuro.

“Non possiamo scegliere il nostro destino, ma possiamo dare senso alla nostra vita e alla nostra morte.”
Bisogna essere forti per permettersi di essere saggi, e saggi per permettersi di essere folli.

La fortezza non è rigidità, ma fermezza. È delicata, è di chi accende un piccolo fuoco senza voler bruciare il mondo. Il forte non porta la sua forza, ma la sua presenza. Ha una disciplina interiore.
La dolcezza è segno di forza, non di debolezza. Maria di Betania spreca l’olio di nardo: un gesto di amore puro.

I musulmani, raccontava Annalena, mi hanno insegnato la fede, l’abbandono incondizionato, la resa a Dio, una resa non fatalistica ma rocciosa, fatta di fiducia e amore.
“Siamo compagni di strada, fratelli e figli dello stesso Padre. Sento un tuffo dentro, un’emozione dolcissima quando lo penso, e allora tutto il mondo è dentro di me e io amo tutto il mondo.”

“Tieni la porta aperta e il focolare acceso. Non perdere niente di ciò che è vivo.”

Annalena viveva il suo servizio senza un nome, senza l’appartenenza a un ordine religioso, senza stipendio o sicurezza. “Ma ho amici che aiutano me e la mia gente”, diceva.

Di Gesù dicevano gli scribi: “È indemoniato”, “possiede Belzebù”. Persino i suoi lo credevano fuori di testa. Gesù era troppo illogico e irrazionale.

Cosa ci salverà?
L’autenticità.

“La più grande disgrazia che vi possa capitare è di non essere utili a nessuno; è che la vostra vita non serva a niente”, scriveva Annalena.
Oggi c’è l’idolatria dell’essere autentico: una moda che pervade aziende, politica, religione. Tutti cercano di apparire onesti, etici, sostenibili. Ma di autentico c’è poco. Annalena era schietta: un pane buono, così buono da non aver bisogno di nient’altro.

Restare umani.
“Io impazzisco, perdo la testa per i brandelli di umanità ferita. Più sono feriti, più sono disprezzati, più li amo. Non è un merito, è un’esigenza della mia natura.”

Siamo tutti più egoisti, più egocentrici, meno sensibili. Va di moda dire: “Chi se ne frega”. Don Milani ci insegnava “I care”: mi sta a cuore.
Si pensava: mai più guerra, mai più stupidità umana. E invece basta poco per tornare a zero.

Hannah Arendt si chiese come fosse stato possibile che i nazisti uccidessero sei milioni di persone. Rispose: “Pensavano che non fossero esseri umani.”
I nemici non sono una necessità, ma una scelta. Lo scegli tu chi sia il tuo nemico. Papa Francesco parla di una “rivoluzione della tenerezza”. La ragione ritrova se stessa nella compassione.

La dolce rivoluzione di Annalena.

Essere donna vera significa non fuggire dalla propria femminilità, ma penetrare nel cuore delle cose. La donna è attratta dalla vita, sopporta le diversità, vive nel quotidiano. È la prima ad accorgersi quando la vita diventa disumana. Chiama Dio con il nome di vita e amore.

La donna inventa gesti, ci ricorda il primato dell’essere sul fare, della parola sulle parole. Maria dirà: “Avvenga di me quello che hai detto”. E ci ricorda che staremo male finché la nostra vita non profumerà di futuro.

La sua resistenza.
“Nulla può fermarmi nel mio cammino per portare aiuto e dignità a chi ne ha bisogno”, diceva Annalena.

Tutti dicono: “Tanto non cambia niente”. Ma ogni liberazione nasce dalla resistenza, non dalla resilienza. Resisti quando ami. Resisti se ami qualcosa più di te stesso.

Annalena pensava che anche se ci fosse una possibilità su un milione che il suo vivere resistendo potesse cambiare le cose, quella possibilità bastava.

Resiste chi ha fame: non sopporto gli eroi, diceva, il coraggio vero nasce dalla fame di giustizia, di libertà, di pace, di amicizia.

Resiste chi ha intimità: parlare al cuore, tenere una mano, guardarsi negli occhi. L’intimità è la cosa più bella che puoi offrire a chi ami. Hetty Hillesum scriveva: “Conosco il grande dolore umano, eppure in un momento di abbandono io mi ritrovo nel petto nudo della vita, sento il battito della vita, dolce e regolare.”

Gesù al lebbroso non dice solo “Lo voglio, guarisci”, ma lo tocca. Rischia il contagio per costruire intimità.

Resiste chi ha un cuore acceso. Il nome di Gesù, Jeshua, contiene due segni: la mano aperta e il fuoco. “Sono venuto a portare il fuoco.” La passione di Annalena era una forza che la oltrepassava. Non chiedeva miracoli, ma solo un cuore acceso.
“Preferisco morire di passione che di noia”, scriveva Van Gogh.

La gioia di Annalena.

“Ciò che è semplice è naturale, ciò che è naturale racchiude il divino”, diceva Papa Giovanni.
La sobrietà è un modo di essere al mondo: sguardo sobrio, mente sobria, una bellezza sobria. Rilke diceva: “Se la tua giornata ti sembra povera, non la accusare; accusa te stesso, che non sei abbastanza poeta per vederne la bellezza.”

“Non basta ascoltare le storie degli altri, dobbiamo agire affinché nessuno venga dimenticato”, diceva Annalena. Stare insieme agli esclusi mi ha dato più gioia che la falsa felicità degli inclusi.

Con gli esclusi Annalena ha visto i colori e la bellezza dell’umanità, ha gustato l’armonia nella diversità.
“Nella mia vita non c’è rinuncia, non c’è sacrificio. Rido di chi la pensa così. La mia è pura felicità. Chi altro al mondo ha una vita così bella?”

La preghiera.

Se anche Dio non ci fosse, solo l’amore avrebbe senso. Solo l’amore libera l’uomo da ciò che lo rende schiavo. Solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire. Solo l’amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla, che porgiamo la guancia non ferita, che rischiamo la vita per i nostri amici. Solo allora la vita diventa degna di essere vissuta, diventa bellezza.

Un giorno un ragazzo somalo, Farah, ricordò l’incontro con Annalena. Era il 3 febbraio 1974. “La gente in città mormorava di lei: alcuni la chiamavano pazza, altri santa. Ma ciò che mi colpì fu il suo coraggio: andava dove anche i nostri temevano di camminare.”

Arrivò al centro “Walaal Farahsan”, la Fraternità della Gioia, aperta da Annalena e le sue compagne nel deserto del Kenya per accogliere i bambini soli. “Mi aspettavo un edificio freddo, invece ho trovato la vita: risate, canti, profumo di porridge fresco. E al centro di tutto, lei.”

“Annalena non era alta, ma quando entrò fu come se passasse una tempesta di luce. Guardò me, non la mia gamba, e disse: ‘Walaal (fratello), cammineremo di nuovo, forse non con le tue gambe, ma con la tua speranza’.”

“Mi mise una mano sulla spalla. Nessuno mi aveva mai toccato con tanta compassione.”
Anni dopo, scrisse Farah, “ogni volta che passo davanti al vecchio muro del centro, ricordo quel primo giorno. Il giorno in cui ho conosciuto non solo Annalena, ma il potere della compassione, di qualcuno che ha osato fare del nostro dolore il suo scopo.”

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