Dov’è la missione?

Prima o poi doveva succedere. Papa Francesco infatti ha indetto per l’ottobre 2019 un mese missionario straordinario per “risvegliare maggiormente la consapevolezza della missio ad gentes e di riprendere con nuovo slancio la trasformazione missionaria della vita e della pastorale” (Lettera di Papa Francesco al card. Filoni, 22 ottobre 2017). Doveva succedere perché fu così anche per la Redemporis Missio di Giovanni Paolo II. La chiesa del Concilio e di Evangelii Nunziandi aveva scoperto di esistere per evangelizzare (cf. EN 14) e di nascere dal cuore missionario del Padre il quale vuole che tutti i suoi figli possano conoscere il suo amore (cf. AG 2). Ma accadde che la spinta a partire verso ‘altri lidi’ si era affievolita: se la ‘missione è qui’ che senso ha partire? Basta restare! E così, l’enciclica missionaria del Papa polacco, nel 1995, dovette correre ai ripari: “dire che tutta la chiesa è missionaria non esclude che esista una specifica missione ad gentes, come dire che tutti i cattolici debbono essere missionari non esclude, anzi richiede che ci siano i «missionari ad gentes e a vita» per vocazione specifica” (RMi 32). Francesco non scrive: fa. E allora l’ottobre 2019 tutta la chiesa sarà chiamata a rimettere al centro delle nostre comunità locali la loro intrinseca vocazione universale. Nessun uomo è un isola scriveva il grande T. Merton. E nessuna chiesa locale è fine a se stessa ma, cattolica, chiamata cioè a respirare l’unica aria del mondo. E allora la missione è qui e la. La dove? Dove ci sono ancora miliardi di uomini che non conoscono l’amore del Padre, non conoscono il vangelo di Gesù. E non è vero che siamo troppo poveri da non poter fare nulla. Quest’estate un giovane mi ha detto: “possibile che sia dovuto venire in missione per capire che la mia vita ha senso, che non è vero che non ho nulla da dare agli altri?”. Ecco perché la missione ci fa bene. Ci ricorda che in quanto discepoli del Signore siamo segno, strumento, quasi sacramento del Suo Volto (cf. LG 1). E poveri fra i poveri possiamo portare un pò di luce. Ecco perché le nostre comunità potrebbero mettersi fin da subito in stato di missione e mettere in conto di partire. Partire verso chi non c’è, verso le periferie, verso chi non partecipa, verso gli estremi confini della terra. E generare ponti di fraternità e di solidarietà. Ecco l’importanza di coltivare l’amicizia con i tanti missionari amici e il progetto di Chiese sorelle che vorremmo sempre di più animare e approfondire anche nella nostra diocesi. Facile? Non so, ma certamente affascinante.

P. Luca Vitali – direttore CMD

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