Mission is Possible:

Giovani ed Esperienza Missionaria, Capitolo VII

Giovani ed esperienza missionaria. Capitolo VII

Mirella e l’incontro con Andrej

Luglio 2015, Astrakhan

Di preciso non so quanti anni avesse Andrej, non gliel’ho mai chiesto. Non lo saprò mai. Un’età indefinibile, dai quaranta ai cinquant’anni, troppo difficile capire quali segni sul suo volto bruno appartenessero alla vita di strada e quali al passare del tempo.

Ci conoscemmo  lo scorso inverno alla chiesa ortodossa del nostro quartiere, e ricordo che mi colpi perchè era tutto ricoperto di fuliggine ed indossava un cappotto consunto e lercio, che di sicuro non lo riparava dal freddo. Mi raccontò che aveva perso la sua abitazione in un incendio, che aveva perso tutto ed era finito in strada, sopravvissuto per miracolo. Gli occhi grandi e neri, lo sguardo intenso, la barba incolta e le gambe tremule di chi, preso dall’abbraccio della strada, si lascia coccolare dall’alcool.  Una tosse fortissima, profonda, cronica. Un uomo di poche parole, che parlava con gli occhi. Una persona senza pretese, minuta, che non spingeva mai quando la gente si accalcava per ricevere il the o i panini, aspettava sempre che tutti se ne andassero per prendere la sua porzione. Ringraziava sempre di cuore, i suoi occhi esprimevano la sua gratitudine più delle parole, fissi e profondi, un sorriso amaro appena abbozzato.

Negli ultimi mesi a volte scompariva per un paio di settimane, ricoverato in qualche ospedale, poi tornava, messo sempre peggio. Nell’ultimo periodo non riusciva più nè a stare in piedi, nè a venirsi a prendere da mangiare. Quando arrivavamo alla chiesa, guardavo subito se lo trovavo sul suo sgabellino traballante, e cercavo di fare aspettare gli altri e portare a lui prima di tutto il mio saluto. Quando si alzava in piedi le gambe ormai non lo reggevano più, traballava, cadeva spesso. Mi ricordo che un giorno se ne stava seduto e mentre si allungava per prendere il bicchiere di the scivolò e rovinò al suolo, inzuppandosi di fango. Mi ricordo come fosse adesso che lo aiutai a sollevarsi, che il custode della chiesa mi guardò esterefatto, che gli altri compagni di elemosina mi dissero di non toccarlo perchè oltre ad essere sporco era pieno di malattie. Ciò che ricordo con più chiarezza in quell’occasione è il suo sguardo commosso, il suo modo di ringraziare, semplice ma sincero.

Quando gli chiedevo come stava diceva che non vedeva l’ora di morire, gli rimaneva solo la morte per mettere fine alle sue sofferenze. Andrej ed io ci guardavamo e nei suoi occhi malati e stanchi vedevo quel guizzo di eternità che serbo come un tesoro nel mio cuore.

All’inizio di luglio non lo vidi e mi dissero che c’era stato un incendio nel canneto di fronte alla chiesa, dove di solito Andrej si rifugiava per la notte, e che lo avevano ricoverato gravissimo. Le voci ufficiali dicono che Andrej, probabilmente ubriaco, non aveva spento la sigaretta e il canneto, gia’ secco per il caldo torrido di questa estate, aveva preso fuoco velocissimo. Nemmeno la protezione civile era riuscita ad estrarlo in tempo. Alla chiesa pero’ mi han detto che l’incendio è di sicuro stato doloso:  qualcuno dalle case vicine, stanco di quel barbone puzzolente che insudiciava il paesaggio, ha aspettato la notte per appiccare il fuoco al canneto, ben sapendo che quell’uomo non ce l’avrebbe fatta ad alzarsi e scappare in tempo sulle sue gambe.

Non ho nemmeno avuto il tempo di sapere dove avessero ricoverato Andrej, ne’ di andarlo a trovare, perche’ due giorni dopo la notizia dell’incendio mi dissero che Andrej era morto. Ho pensato subito a come fosse bruciato vivo, al dolore atroce, e a come devono averlo seppellito, lui, barbone senza documenti: probabilmente i suoi miseri resti sono finiti in una fossa comune, assieme a quelli di altri  corpi “innominati” in obitorio. Poi per assorbire il colpo però ho cercato di non pensare a quella fine indegna, inumana, ma di imprimere per sempre nella memoria i suoi occhi e il suo sguardo buono. Mi piace pensare che Andrej un poco rivive nel mio sguardo; ho voglia di credere che i suoi occhi continueranno a brillare nei miei. Ho voglia di credere che un giorno ci riabbracceremo e le sue gambe saranno guarite, la sua tosse sarà passata, il suo sguardo sarà tornato ad essere di nuovo sereno e di nuovo ci potremmo parlare semplicemente guardandoci negli occhi.

CAMBIA VITA OGGI

Finché la povertà, l’ingiustizia e la disuguaglianza persistono, nessuno di noi può veramente riposare.

MISSIONE
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2018-02-21T17:13:25+00:00