Mission is Possible:

Giovani ed Esperienza Missionaria, Capitolo V

Sara e il Workcamp in Cambogia.

Ciao a tutti mi chiamo Sara ho 23 anni (quasi 24 ma non ditelo in giro) e nella vita studio, mi sono laureata la scorsa settimana alla triennale di Giurisprudenza e inizierò a Settembre la magistrale in Relazioni Internazionali. Nel frattempo sto facendo servizio civile presso l’associazione Laboratorio Mondo.

Sono una viaggiatrice a cui piace l’incontro con le culture e con le persone. Infatti a Maggio 2015 e a Novembre 2016, ho deciso di partire con lo zaino sulle spalle in direzione Cambogia, come volontaria di due Workcamp organizzati dall’associazione Laboratorio Mondo nel villaggio di Kraing Tachan, sito nella provincia di Takeo a 90 Km da Phnom Penh, la capitale.
Un villaggio avvolto dalle risaie verdi e rigogliose a Novembre e secche e in semina a Maggio. Dove l’orizzonte è incorniciato da palme e colline e dove la sera il tramonto regala colori ed emozioni indescrivibili.
Un villaggio di campagna, abitato da una comunità nella quale i membri si aiutano a vicenda e si respira aria di famiglia allargata.
Gli abitanti del villaggio sono circa 700, suddivisi in circa un centinaio di famiglie che di solito comprendono genitori-figli, i nonni e tanti animali.
Le case tipiche sono le palafitte, case di legno colorate sopraelevate dal terreno in modo da poter prevenire alluvioni, allagamenti dati dalle stagioni monsoniche.
In Cambogia piove circa sei mesi l’anno e la temperatura rimane ed è sempre calda, a Maggio è caldissimo a Novembre il clima è più fresco anche se durante l’anno le temperature non scendono mai al di sotto dei 25 gradi.
I due Workcamp hanno avuto la durata di un mese ciascuno. Ho deciso di partire per questa esperienza la prima volta per diverse ragioni prima di tutto ricerca personale e scoperta, finalizzate all’incontro e all’approfondimento della tematica della cooperazione decentrata.
La seconda volta invece per rivedere la mia famiglia, i miei amici e per completare la mia tesi svolgendo ricerche e interviste sul campo in materia di Lavoro Minorile. Fenomeno che ho incontrato nel corso delle due esperienze e che mi ha permesso di avere una visione diversa delle cose. Ma ne parlerò successivamente.
Il Workcamp è dedicato alla conoscenza del terribile passato che ancora si respira in tutto il paese. Il Regime dei Khmer Rouge tra il 1975 e il 1979 ha portato all’eliminazione di circa 2 milioni di persone, per esecuzioni capitali sommarie, fame, stenti, lavori forzati. Un genocidio perpetrato nel completo silenzio del mondo di allora, che ha trovato giustizia solo negli ultimi 15 anni con l’istituzione di un Tribunale Internazionale per giudicare i capi dei Khmer Rouge (tutti ultra ottantenni o morti nel frattempo) e che ha portato alle prime condanne definitive solo nel 2014. Il villaggio di Kraing Tachan era una delle prigioni più grandi del paese, ha visto passare e morire circa 10mila detenuti nei 3 anni e mezzo in cui è stata in funzione.
La Comunità del villaggio ha voluto così ricordare le vittime e raccontare ai più giovani quella tragica pagina di storia del loro paese attraverso un Museo della Memoria, un ossario memoriale buddhista chiamato Stupa e una pagoda per la preghiera.
Il progetto di Laboratorio Mondo è partito dal sostegno alla costruzione di queste strutture e si è poi sviluppato nella direzione di un progetto educativo che ha portato all’inaugurazione di un Centro Educativo e di un Scuola dell’Infanzia nei quali le lezioni sono tenute da membri del villaggio, e sono destinatari degli interventi programmati durante il Workcamp.
Cosa si fa a Kraing Tachan? Si dorme in famiglia, dove la vita è esattamente quella di una famiglia. Ci si sveglia alla mattina presto, si fa colazione con riso, zuppe, mango, banane e uova e condimenti, poi ognuno parte con la propria giornata.
Le attività al campo erano suddivise in lezioni di inglese, lezioni di informatica, lezioni di musica, laboratori di arte e laboratori nell’asilo. Ogni attività è sempre stata accompagnata da momenti di gioco con i bambini, ruba bandiera, mosca cieca. Inoltre durante la giornata erano previste diverse attività anche con le famiglie, finalizzate prevalentemente alla conoscenza reciproca e allo scambio. Io mi sono occupata principalmente dei laboratori artistici e musicali con i bambini e i ragazzi, abbiamo fatto insieme diverse attività che hanno dato loro modo di sviluppare le loro capacità artistiche e raccontare qualcosa della loro vita tramite la forma disegno. La giornata era quindi scandita dai tre pasti in famiglia, dalle attività mattutine e pomeridiane con gli studenti e da un momento di confronto serale con gli altri volontari per monitorare l’andamento del campo.
Il momento migliore dell’esperienza è sicuramente la condivisione con le famiglie ospitanti. A gruppi di due o tre, noi volontari siamo stati ospitati da alcune famiglie del villaggio che, nei 10 giorni nella nostra permanenza, ci hanno fatte sentire a casa. Dormire, mangiare, giocare, ridere, spiegarsi con gli sguardi e i gesti, con i sorrisi. Trovare una comunicazione non solo verbale è stato per me il punto focale della mia esperienza personale.
Perché la Cambogia? Perché partire per un’esperienza di questo tipo?
Non mi è mai piaciuto parlare di povertà o di persone bisognose. Io non penso che la Cambogia sia povera, penso invece che sia un paese ricco e la dimostrazione di ciò è data dalle persone che ho incontrato nel mio cammino. Penso che andare in Cambogia o in paesi definiti “in via di sviluppo” dal gergo politically correct voglia dire capire.
Capire che non esiste la povertà ma esistono scelte sbagliate.
Scelte sbagliate da parte delle potenze politiche degli stati che non investono sui diritti della popolazione ma sul perseguimento del proprio interesse.
Scelte sbagliate che i nostri stessi stati fanno recandosi in quei paesi in cui i governi non tutelano i diritti delle persone approfittandosi di questa situazione per delocalizzare la propria produzione, con la costruzione di multinazionali in cui i diritti dei lavoratori e delle persone non esistono o non vengono sufficientemente garantiti.
O ancora peggio come nel caso della Cambogia, che permettono a cittadini (occidentali o provenienti da paesi ricchi) di svolgere pratiche deplorevoli non ammesse nel proprio paese di origine, come la pedofilia, il lavoro forzato, lo sfruttamento della prostituzione in nome di un interesse economico.
Viaggiare significa conoscere, viaggiare significa capire, viaggiare significa essere consapevoli. E penso che la cosa migliore che le persone possano fare soprattutto in momenti come questi è pensare di cambiare le cose, denunciare le irregolarità e cercare di fare il meglio. Per questo io consiglio di partire per un’esperienza simile perché permette di aprire gli occhi. Non sul bene che noi possiamo fare, sulla ricchezza che possiamo portare, sugli aiuti che possiamo dare (molte volte sento ripetere queste frasi da chi parte o vuole partire) ma piuttosto sullo studio che possiamo fare, sul cambiamento che potremmo portare in noi stessi, nel nostro paese, nella vita di tutti giorni, con la consapevolezza che noi siamo responsabili ogni giorno di come ci comportiamo, di come agiamo e di quello che diciamo. Partire significa cambiare il modo di vedere le cose e gli altri, significa fare un viaggio di introspezione che spesso può risultare triste. Triste perché ci fa sentire impotenti da un certo punto di vista ma capaci dall’altro, perché? Perché abbiamo una testa e possiamo cambiare le cose.
Il nostro cercare di fare meglio in Cambogia è fondato sulla collaborazione e sulla cooperazione. Non si va all’estero con soldi e soluzioni in tasca, dove si impone un modello che noi consideriamo giusto. Si costruisce insieme, si decide insieme, noi contribuiamo con la comunità a prendere decisioni o a realizzare scelte fatte insieme alla comunità locale. Perché crescere è essere consapevoli.
È questo che mi ha fatto la Cambogia. Mi ha permesso di vedere da un’altro punto di vista le cose e mi ha permesso di pensare in grande al futuro, alle scelte che prenderò e a come posso cambiare le cose. Gli orizzonti sono infiniti come i problemi che ci sono nel mondo, ma essere realisti e rispettosi verso gli altri penso sia la scelta migliore da fare e soprattutto capire che non c’è ricco o povero ma piuttosto ci sono le persone. Che sono lo strumento più importante che abbiamo insieme a noi stessi per cambiare le cose.

CAMBIA VITA OGGI

Finché la povertà, l’ingiustizia e la disuguaglianza persistono, nessuno di noi può veramente riposare.

MISSIONE
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2018-02-21T17:11:03+00:00