Comunità: Accoglienza e Missione

Direttore del Centro Missionario Diocesano di Forlì – Bertinoro

Nonostante i termini di un report ci obblighino a una certa ‘serietà’ oso raccontarvi una storia. Un tale scendeva da Gerusalemme a Gerico, e incappò nei briganti. Lo derubarono lasciandolo mezzo morto. Meno male che stava passando un sacerdote del tempio, uno di quegli uomini molto vicini a Dio. E infatti…: “ma come? Che fa? Passa dall’altra parte?”. Succede: anche i sacerdoti sono fallibili nonostante offrano a Dio i sacrifici con tanta premura rituale. Ma quell’uomo può ben sperare perché ora sta passando un altro che certo lo aiuterà. Si tratta di un esperto della Legge e dei Profeti. Un conoscitore delle Scritture il quale certamente si fermerà a soccorrerlo! Eppure anche lui passa oltre. E qui la storia esige una sosta.

Ma che tipo di vita conducono quelli che frequentano il tempio e le Scritture? La loro vita è capace di riflettere come in uno specchio l’Amore di quel Dio che incontrano? Chiara d’Assisi diceva di vedere riflesso nel volto di Francesco, il volto di Gesù, e in quello di Gesù il volto del Padre. Alla fine la sequela è un ‘semplice gioco di specchi’. Invece questi tali della storia, pare abbiano uno specchio piuttosto opaco. Ma la storia continua. Passa infatti uno straniero, uno di quelli di cui non ci si può fidare. Anzi gli ebrei consideravano lui e i suoi simili ‘cani bastardi’, perché venduti agli dei stranieri e contaminati con altre ‘razze’. Gente da malefatte. Eppure. Eppure quel tale, incontrando quell’uomo per terra, sente muoversi dentro qualcosa. Non perché discepolo di un Dio particolare, ma perché è semplicemente un uomo. Ferma la sua cavalcatura, scende e soccorre con tenerezza quel malcapitato. Usa vino e olio, cose concretissime e frutti della terra. Non dice ‘preghiere’ ma parla con i fatti. E poi? E poi lo accompagna in un luogo dove qualcuno possa aiutarlo.

Nasce un grande dilemma: dove condurlo? Nel tempio entrambi non potevano andare: uno perché samartiano, l’altro perché sanguinante. Anzi, le guardie li avrebbero presi e con 39 colpi avrebbero ricordato loro che in quel luogo santo dovevano entrare solo i ‘duri e puri’. Dunque che fare? Meglio cercare altro; quand’ecco comparire una locanda. Attenzione: una locanda in grado di ospitare uno straniero e un ‘sanguinante’. Una locanda, dunque, frequentata da altri stranieri e feriti, gente provata al duro mestiere di vivere, gente non nobile, non altolocata né sapientona (cf. 1Cor 1,26-29). Qui sì che i due possono trovare riparo. Nell’entrare la musica si blocca e qualcuno interrompe conversazioni e passatempi per far spazio a quell’uomo carico del malcapitato. Poche domande, solo un giro di sguardi. E dall’oste agli ospiti tutti liberano tavoli e sedie per affrontare l’urgenza, come si fa oggi negli ospedali da campo… E poi che succede? Pare che prima da lontano e poi sempre più vicino, i presenti e l’oste si siano radunati attorno a quello straniero e a quell’uomo bisognoso. Quali cure, quali attenzioni, quale misericordia! L’oste e i presenti ne sono rapiti e affascinati: qualcosa profuma d’Eterno. L’indomani, il samaritano buono se ne va e lascia due denari chiedendo agli ospiti e all’oste della locanda di prendersi cura del povero in attesa del suo ritorno. Quando? Non si sa, ma la consegna è proprio chiara: spendere quei talenti per soccorrere e aiutare l’uomo ferito che egli stesso ci ha consegnato.

Si è capito: questa storia non l’ho inventata io. Ma Luca. E l’ha raccontata per la sua comunità che stava diventando troppo attenta agli incensi, ai riti e alla cultura religiosa dimenticando l’essenziale per i discepoli: condurre una vita come quella di Gesù. Sì, fin dai primi secoli le comunità cristiane hanno corso il pericolo di trattenere Dio nei loro riti, nelle loro liturgie dimenticando che il Dio che attende nella preghiera viene poi incontro caricato dei malcapitati della storia e li consegna ai suoi chiedendo di prendersene cura fino al suo ritorno.

Papa Francesco terminato l’angelus del 6 settembre 2015 non voleva far altro che ricordare a tutte le parrocchie e comunità del mondo questa essenziale vocazione all’accoglienza. Nulla di più. Non ha domandato cose grandi ma, nella sua disarmante semplicità, ha richiamato a tutti l’essenziale di una vita spesa con Cristo, per Cristo, in Cristo. Gesù sta arrivando anche oggi e porta sulla sua cavalcatura e sulle sue spalle altri malcapitati e feriti dalla vita, dagli egoismi internazionali, dalle guerre. Ha fatto un lungo viaggio portandoli da solo e noi, residenti della locanda che porta il suo nome, potremmo fare come gli ospiti della locanda.

Così il Papa: «Di fronte alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita, il Vangelo ci chiama, ci chiede di essere “prossimi”, dei più piccoli e abbandonati. A dare loro una speranza concreta. Non soltanto dire: “Coraggio, pazienza!…”. La speranza cristiana è; combattiva, con la tenacia di chi va verso una meta sicura. Pertanto, in prossimità del Giubileo della Misericordia, rivolgo un appello alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa ad esprimere la concretezza del Vangelo e accogliere una famiglia di profughi… Ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa ospiti una famiglia, incominciando dalla mia diocesi di Roma». Il Vangelo chiama alla prossimità, all’ospitalità, anzi, meglio ancora, all’esercizio della fraternità e alla tenerezza. Domanda a tutti i discepoli di Gesù di smontare le impalcature dei precetti – tradizioni degli uomini (cf. Mc 7,5-8) – per tornare allo specchio, alla vita capace di mostrare la vita e la passione degli uomini propria di Gesù. Nulla di più.

E così, le parrocchie, le diocesi, ogni realtà radunata attorno al Vangelo sono chiamate a tornare a essere ciò che sono: comunità di fratelli e sorelle che esprimono con la vita la fiducia in Gesù (cf. SC 26), colui che ha narrato il volto di un Dio non generico, ma il volto del Padre. Infatti, in quella locanda tutti noi siamo stati portati un giorno da Cristo. Tutti accolti e ospitati da un giorno preciso della nostra vita. Tutti caricati su quella cavalcatura, su quelle spalle e poggiati teneramente a quel giaciglio e circondati di cure. Tutti stranieri, tutti abbondantemente in grado di restituire. Anche oggi. Perché? Perché ogni domenica attorno a quella tavola il Signore continua a rinnovare l’ospitalità e a spezzare il pane con noi. “Aggiungi un posto a tavola” è il suo grido al termine di ogni eucaristia. In quel: “la messa è finita andate in pace” infatti c’è l’eco di quel: ‘andate, uscite per le strade, lungo i crocicchi, nelle periferie. Voglio che la mia casa si riempia’ (cf. Lc 14,21-23). E così ospitalità e missione si richiamano come fanno gratuità e restituzione, misericordia ricevuta e condivisa.

Ma allora cosa possiamo fare? Papa Francesco, nel suo testo di riforma che è l’EG, domanda una conversione missionaria delle nostre comunità. Tutte. Si tratta di una cosa semplice: tenere aperte le porte delle nostre chiese. Aperte perché il Signore possa uscire dalle nostre sacrestie e giungere per strada dove vive la gente e aperte perché lui possa portarci altri malcapitati che egli stesso incontra nel suo andare. Difficile? Non direi se torniamo a vivere con una ritrovata umanità i grandi gesti della nostra fede. Pensiamo alla messa. Non è un precetto, ma un invito a un banchetto. Gratis. Il Signore infatti ci raduna attorno alla sua tavola, nella sua casa. È un Dio ospitale (cf. Theobald)! E noi magari non ci salutiamo neppure, e non sappiamo dare il benvenuto a chi giunge ora nella locanda che da tempo ospita anche noi. La prima cosa semplice da fare per crescere nella grammatica dell’accoglienza potrebbe essere quella di accoglierci gli uni gli altri andando a quel banchetto. In missione abbiamo un’equipe con questo ministero.

Così come c’è chi canta e suona, chi legge e chi prepara le preghiere c’è chi, a nome di tutti, si preoccupa di salutare e accogliere chi arriva al banchetto. Non facciamo così in casa nostra con chi abbiamo invitato a cena? E perché non farlo nella Locanda di cui noi siamo residenti? Difficile? No se facciamo il gioco degli specchi!
E poi? E poi se ci fosse una stanza in parrocchia o un posto libero nelle nostre famiglie perché non aprirci all’ospitalità? Sono stranieri e fanno paura? Ma ci siamo mai fermati dieci minuti a parlare con qualcuno di questi ragazzi? Scopriremo che anche loro hanno una mamma, un babbo, una storia, delle ferite che sanguinano come noi quella volta. E le differenze di cultura e religione?

La nostra Annalena Tonelli diceva che a pregare aveva imparato dai mussulmani. E noi perché dobbiamo voler convertire senza provare a imparare da chi è diverso da noi? La verità è sinfonica (cf. Von Balthasar). E poi, se ce li porta il Signore volete che non siano un dono per aiutarci a crescere nella comunione con lui? Per noi Comunità Missionaria di Villaregia è stato così. In un momento difficile della nostra storia ferita, il Signore ci ha inviato in terre ancora più lontane e bisognose a fare missione e ci ha inviato in casa richiedenti asilo. Nell’incontro con chi è straniero qui e vivendo da stranieri in altre terre, abbiamo sperimentato ancora di più cosa significhi essere stati cercati, voluti e ospitati dal Signore e da chi cerca di seguirlo.

di Padre Luca Vitali CMV

CAMBIA VITA OGGI

Finché la povertà, l’ingiustizia e la disuguaglianza persistono, nessuno di noi può veramente riposare.

MISSIONE
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2018-02-21T17:14:32+00:00